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La Camera approva il testo definitivo della riforma costituzionale

Nuovo Senato, iter legislativo prevalentemente monocamerale e revisione del Titolo V sulle competenze delle Regioni: è stato fatto un lavoro positivo. L'ultima parola spetterà ai cittadini.
L'11 gennaio la Camera ha approvato il Disegno di legge che riforma la Costituzione della Repubblica italiana. Si tratta del secondo passaggio della norma a Montecitorio (la prima lettura è terminata un anno fa) dopo l'analogo secondo passaggio della norma in Senato: con ciò, ovvero con la doppia lettura del testo da parte di entrambi i rami del Parlamento, finisce la prima e più delicata fase della discussione. Quella in cui le Commissioni e le Aule si sono impegnate nella presentazione degli emendamenti e in un ampio (talvolta acceso) dibattito sul senso e sulla corretta modalità della revisione. Con la fine di questa fase, la riforma – di cui a breve farò una sintesi – si presenta dunque nella sua versione definitiva: quella approvata è la legge non più emendabile che potrà modificare la Costituzione e in particolare l'architettura parlamentare. Ora il testo dovrà tornare un'ultima volta all'attenzione delle due Camere, che potranno però solo dare un parere secco (sì o no) al provvedimento nella sua interezza e a maggioranza assoluta. È molto importante che le persone siano consapevoli dei contenuti votati anche perché – se gli ultimi passaggi parlamentari andranno a buon fine – in autunno si dovrà tenere il referendum confermativo: sarà quindi il voto dei cittadini a decidere se la riforma entrerà in vigore o verrà bocciata.
Obiettivo principale del Ddl è il superamento del bicameralismo paritario che da sempre ha contraddistinto la nostra Repubblica (che il 2 giugno 2016 compie 70 anni): si intende andare oltre al meccanismo secondo cui entrambi i rami del Parlamento esaminano tutte le leggi svolgendo identiche funzioni. Uno sdoppiamento che risulta ormai incongruo con le esigenze di una società assai differente rispetto a quella di decenni fa, una società in rapida evoluzione e in cui le decisioni vanno prese con attenzione ma evitando un calco, una duplicazione, delle stesse azioni. La riforma introduce quindi un procedimento sostanzialmente monocamerale. Nel far questo, la legge modifica il ruolo del Senato, che diventa l'assemblea di rappresentanza dei territori.
Composizione del Senato. Il Senato resta la seconda Camera del Parlamento ma con diverse competenze rispetto a Montecitorio, e a Palazzo Madama siederanno 100 senatori e non più 315 come oggi. Di questi 100 membri, 95 saranno rappresentanti delle istituzioni territoriali (Regioni e Comuni, quindi consiglieri e sindaci). Gli altri 5 potranno essere: senatori a vita (ne anno diritto solo gli ex Presidenti della Repubblica) o nominati dal Presidente della Repubblica per alti meriti (questi ultimi restano in carica 7 anni e non possono essere rinominati). A ogni Regione è invece assegnato in misura fissa un numero di rappresentanti, in totale 95 appunto, proporzionale alla popolazione ma che non può comunque essere mai inferiore a 2 unità: l'Emilia-Romagna avrà 6 senatori per i suoi (circa) 4 milioni 500mila cittadini. Il Senato non verrà più eletto direttamente né tramite le elezioni politiche (che sceglieranno la sola composizione della Camera, come prevede già l'Italicum), ma consiglieri e sindaci saranno votati dalle Assemblee regionali. Un emendamento approvato a Palazzo Madama l'autunno scorso ha previsto che l'elezione del Senato da parte dei Consigli regionali avvenga in conformità con le scelte espresse dagli elettori nel voto regionale, ovvero in ragione delle preferenze ottenute dai consiglieri e dalle percentuali prese dai primi cittadini. Le modalità esatte con cui verranno scelti i senatori-consiglieri e i senatori-sindaci saranno stabilite con una legge, da emanare successivamente all'approvazione della riforma, che disciplinerà la corretta attribuzione dei seggi di Palazzo Madama tenendo conto delle indicazioni degli elettori.
La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi territoriali dai quali sono eletti. Ne consegue che il Senato si rinnova parzialmente in corrispondenza del rinnovo dei Consigli regionali e che il voto regionale comporta anche la fine del mandato di tutti i senatori della Regione (compresi i sindaci). Il Senato viene definito un “organo continuo e non soggetto a scioglimento”: continuo perché, appunto, non ha una scadenza come avviene per la Camera (i rappresentanti territoriali decadono con la fine del loro mandato nelle Regioni, ma non decade il Senato); non soggetto a scioglimento perché, non essendo più un organo di rappresentanza Nazionale, non potrà più accordare o togliere la fiducia al Governo e, viceversa, il presidente della Repubblica non potrà scioglierlo per le elezioni che, appunto, non lo riguardano. Viene confermato per i senatori il cosiddetto divieto di “mandato imperativo”, ovvero quel principio costituzionale che lega il parlamentare all'elettore e non al gruppo con cui è stato eletto, permettendo dunque l'uscita di una persona da un partito in caso di disaccordo insanabile ma non inficiandone la permanenza nelle istituzioni. Viene invece totalmente meno l'indennità parlamentare: i senatori-sindaci o i senatori-consiglieri regionali ricevono solo lo stipendio da sindaco o da consigliere regionale. La riforma costituzionale promuove l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza, dunque ci dovrà essere parità di genere sia alla Camera che in Senato.
Il nuovo Senato avrà le seguenti funzioni: rappresentare le istituzioni territoriali; esercitare il raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi la Repubblica; prendere parte alle decisioni sugli atti normativi delle politiche Ue; valutare le politiche dell'Ue sui territori; esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo; partecipare all'elezione del Presidente della Repubblica, di 5 giudici della Consulta e dei membri laici del Consiglio superiore della Magistratura; svolgere inchieste su materie di interesse pubblico concernenti le autonomie territoriali e svolgere attività conoscitive e osservazioni anche su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati. Il Senato, infine, concorrerà ancora all'esercizio della funzione legislativa in relazione alle sue rinnovate competenze.
Il procedimento legislativo. Non tutte le leggi saranno sottoposte allo stesso iter che, per una parte molto minoritaria di esse, resterà quello bicamerale fin qui utilizzato. L'approvazione da parte di entrambe le Camere rimane tale e quale per: le leggi di revisione della Costituzione; le leggi elettorali che riguardano i Comuni e le Città metropolitane; l'ordinamento e le funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane e le norme sulle forme associative tra Comuni; le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati dell'Unione europea; le leggi che hanno a che fare con l'ordinamento regionale e la legge che disciplina i casi in cui le Regioni possono concludere accordi con enti territoriali di altri Paesi o con altri Stati; la legge che prevede il distacco dei Comuni da una Regione. Tutte queste materie, che hanno a che fare con l'Ue e i territori (ovvero i temi su cui il Senato mantiene piena competenza), possono essere approvate solo con procedimento bicamerale. Il procedimento monocamerale si applica in via generale invece a tutte le altre leggi, quindi alla stragrande maggioranza, per le quali basta il vaglio della sola Camera. Anziché tre passaggi parlamentari, come avviene oggi, tutto si riduce a un passaggio e i tempi potranno essere significativamente abbattuti. Se però almeno un terzo dei membri del Senato lo richiede, anche le leggi ad approvazione monocamerale possono essere esaminate da Palazzo Madama che può proporre modifiche entro i successivi 30 giorni (15 per la legge di Bilancio). La Camera delibererà poi sulle proposte del Senato in via definitiva. L'iter, anche in caso di richiesta di esame da parte del Senato, risulta estremamente snellito rispetto a quel che accade attualmente, visto che una legge ordinaria oggi può restare impantanata mesi nei passaggi tra le due Aule.
Funzioni della Camera. Modificando in questo modo l'assetto parlamentare, spetterà solo a Montecitorio rappresentare la Nazione e determinare l'indirizzo politico accordando o revocando la fiducia al Governo. Come scritto, la Camera sarà prevalentemente l'unico organo legislativo. Sono poi di esclusiva competenza della Camera: le leggi di amnistia e indulto; l'autorizzazione a sottoporre il presidente del Consiglio o i Ministri al giudizio della magistratura per reati commessi nell'esercizio delle funzioni; la deliberazione dello stato di guerra. La sola Camera dei deputati può essere sciolta dal Presidente della Repubblica. In seduta comune il Parlamento elegge il Capo dello Stato, per la cui scelta è richiesta la maggioranza dei due terzi del collegio nei primi tre scrutini, quella dei tre quinti dal quarto al sesto scrutinio e la maggioranza dei tre quinti dei votanti dal settimo scrutinio in poi. Le funzioni di supplenza del Presidente della Repubblica sono svolte dal Presidente della Camera (e non più da quello del Senato), ma è il Presidente del Senato a convocare e presiedere il Parlamento in seduta comune per l'elezione del Capo dello Stato.
Ruolo del Governo nel procedimento legislativo. La riforma chiarisce e precisa l'incidenza dell'Esecutivo nel lavoro parlamentare con la finalità in particolare di riportare lo strumento del “Decreto legge” alla sua destinazione autentica, ovvero a essere usato solo in situazioni d'urgenza. Per far diminuire il ricorso alla decretazione si prevede però la possibilità per l'Esecutivo di chiedere l'iscrizione in via prioritaria, all'ordine del giorno della Camera, dei Disegni di legge considerati essenziali per l'attuazione del programma politico. La Camera deve dare il via libera all'iscrizione entro 5 giorni dalla richiesta e, in caso affermativo, la pronuncia sulla legge deve avvenire entro 70 giorni grazie al ricorso del “voto a data certa” (è prevista un'ulteriore proroga di massimo 15 giorni se il Ddl è particolarmente complesso). Anche in questi casi, come per la legge di Bilancio, se il Senato vuole esaminare il Ddl presentato dal Governo deve farlo entro 15 giorni. I principi della decretazione d'urgenza entrano invece nella Costituzione stessa: si sancisce che i Decreti debbano recare misure di immediata applicazione e di contenuto specifico, omogenee e corrispondenti al titolo, senza far entrare nei provvedimenti disposizioni estranee alla ragione per cui vengono emanati. Il Senato può prendere parte al procedimento di conversione dei Decreti, ma l'intero iter non sarà più di 60 giorni come avviene oggi, bensì di 40 giorni (il Senato ne avrà 10 per poter proporre emendamenti).
Modifiche all'istituto referendario. Per quanto concerne il referendum abrogativo, sono introdotti due diversi quorum per la validità del voto: quando la proposta è stata sottoscritta da 500mila elettori serve la maggioranza degli aventi diritto; quando la proposta è stata sottoscritta da almeno 800mila elettori serve la maggioranza dei votanti alle precedenti elezioni della Camera dei deputati, ovvero le politiche. La modifica ha come obiettivo quello di rendere più probabile l'esito referendario qualora l'abrogazione sia stata voluta da poco meno di 1 milione di cittadini. Abbassando, in questo caso, la soglia del quorum, si rende più possibile l'esito certo del referendum (e si restituisce maggiore dignità a questo istituto). Inoltre: la riforma sancisce che la Corte costituzionale possa pronunciarsi preventivamente sulla legittimità delle leggi elettorali, compreso l'Italicum (ovvero la riforma elettorale approvata dall'attuale legislatura), laddove si rivolgano alla Consulta un quarto dei componenti della Camera o un terzo dei componenti del Senato. Viene infine soppresso il Cnel, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, fin qui un organo di rilevo costituzionale.
Riforma del Titolo V: altro punto molto rilevante del Ddl è quello che riguarda la parte della Costituzione che disciplina i Comuni, le Regioni e le loro competenze. Il riordino, per prima cosa, toglie dal Titolo V e dalla Costituzione qualunque riferimento alle Province, che sono state riorganizzate e riconcepite dalla legge Delrio del 2014. Soprattutto vengono apportati forti cambiamenti alle potestà legislative regionali: divenendo il Senato un organo che rappresenta i territori in Parlamento, sono ridotti gli ambiti in cui la Regione è ente legislativo autonomo. La competenza esclusiva regionale è individuata in via residuale essendo ascrivibile a quelle materie non espressamente riservate allo Stato. Tra queste ultime ci sono il coordinamento della finanza pubblica e il sistema tributario; le norme sul lavoro; le disposizioni generali per la tutela della salute; l'ordinamento scolastico; le infrastrutture fondamentali (tra cui i porti) e la loro programmazione; il settore energetico e le telecomunicazioni. La Regione ha invece potestà legislativa sulla pianificazione del territorio regionale e sulla mobilità; sulla dotazione infrastrutturale territoriale; sulla programmazione e l'organizzazione dei servizi sanitari e sociali; sulla promozione dello sviluppo economico e l'organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese. Viene fatta salva, ovviamente, l'autonomia delle istituzioni scolastiche e la disciplina dei servizi scolastici regionali, la formazione professionale e il diritto allo studio universitario. Restano insomma fermi i principi di sussidiarietà e di autonomia gestionale. Riformato positivamente l'istituto del cosiddetto “regionalismo differenziato”, che consente alle Regioni con un bilancio in regola di chiedere ulteriori forme di autonomia su alcune materie di legislazione statale: le politiche sociali; la programmazione delle attività di ricerca; le politiche attive per il lavoro e la formazione professionale; la promozione del commercio con l'estero; la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; le attività culturali e il turismo.
Queste sono, in sintesi, le modifiche più importanti del Disegno di legge che abbiamo approvato e che sostengo. Credo che questa innovazione istituzionale sia utile a rendere il nostro sistema meno farraginoso e più efficiente. E credo, cosa più importante, che lo spirito della revisione non snaturi i principi della rappresentanza democratica voluti dai padri costituenti. Il cambiamento che si imprime è in armonia con la Costituzione del 1948, che viene aggiornata in maniera consapevole e rispettosa. Sono anni che si parla a vuoto di una buona riforma, che oltre tutto mantenga un positivo equilibrio tra lo Stato e le Regioni: oggi siamo a un pochi passi dal renderla realtà.
Audizione del ministro Padoan sulla privatizzazione di Ferrovie dello Stato

All'esame della commissione Trasporti il decreto per la cessione del 40% del gruppo: la proprietà delle reti resta in mano pubblica, ma la gestione dell'infrastruttura sarà messa sul mercato
All'esame della commissione Trasporti lo schema di decreto che definisce i criteri per la cessione del 40% di Ferrovie dello Stato Spa (di cui ho scritto diffusamente un mese fa). Lo schema di decreto è predisposto ai sensi della legge 481/1995, Norme per la concorrenza e la regolazione dei servizi di pubblica utilità, che obbliga il Governo a chiarire le modalità di privatizzazione di quote di aziende che erogano tali servizi, come Fs, e che possono essere vendute in due modi: con un'offerta pubblica di vendita o con la trattativa diretta con potenziali acquirenti. In questo caso si sceglie l'offerta pubblica. La destinazione dei proventi delle privatizzazioni, secondo legge, va al fondo di riduzione del debito pubblico.
Innanzitutto, il decreto sancisce che viene fatta salva l'assegnazione dell'infrastruttura della rete ferroviaria: bene che si sia scelto di far restare in mano pubblica la proprietà dei binari. L'alienazione della quota di minoranza del 40% di Fs, esclusi dunque i binari, secondo il decreto potrà essere effettuata in più fasi utilizzando l'offerta pubblica di vendita rivolta a tutti i risparmiatori italiani, ai dipendenti del gruppo Fs e a investitori istituzionali italiani e internazionali. Quindi sia a tutti i cittadini, tramite ovviamente il mercato azionario, sia agli investitori professionisti (cioè operatori economici che gestiscono risorse finanziarie quali fondi, banche d'affari, ecc.). Consob dovrà vigilare affinché le società che acquisiscono quote siano in possesso dei requisiti necessari. L'offerta pubblica di vendita è un'operazione che consiste nel collocamento sul mercato di azioni già esistenti, cioè non di nuova emissione, a prezzi e quantità prefissati: attualmente, infatti, il Ministero dell'Economia detiene il 100% del capitale di Ferrovie dello Stato, dal valore di oltre 37 miliardi di euro e suddiviso in oltre 37 miliardi di azioni ordinarie dal valore nominale di 1 euro. Il 40% sarà quindi ceduta ai privati. Il decreto consente di attivare, poi, forme di incentivazione (quote di offerta riservate o agevolazioni sul prezzo delle azioni) per favorire la partecipazione all'acquisto da parte dei dipendenti del gruppo. Infine, lo schema non reca indicazioni temporali nette e puntuali per la privatizzazione che deve avvenire però “entro il 2016” per rispettare obiettivi di bilancio già fissati e comunicati a Bruxelles.
Ricordo che l'assetto organizzativo di Fs è quello di un gruppo industriale con una Holding, Ferrovie dello Stato Spa, cui fanno capo decine di società che lavorano nei diversi settori della filiera. Fs occupa 70mila dipendenti, gestisce 8mila treni e 16mila km di rete (di cui oltre 1000 dedicati all'Alta velocità) su cui ogni anno viaggiano 600 milioni passeggeri. I ricavi del 2014 sono stati di 8,4 miliardi con un utile netto di esercizio di 303 milioni. È una grande azienda, insomma, con notevoli competenze tecniche e che fornisce servizi in alcuni Paesi europei (in particolare la Germania). Le aziende controllate direttamente da Fs sono 14 e tra queste cito: il 100% di Trenitalia, che gestisce le attività di trasporto passeggeri e di logistica; il 100% di Rfi, gestore dell'infrastruttura ferroviaria; il 60% di Grandi Stazioni, che gestisce le 14 principali stazioni ferroviarie italiane (tra cui quella di Bologna). Come ha detto il ministro dell'Economia Padoan in audizione in Commissione, l'intento è quello di mettere sul mercato il 40% dell'intera Holding. Ovvero di evitare il cosiddetto “spezzatino”, ossia evitare la privatizzazione solo di alcune società. Visto però che, come è stato ribadito anche in audizione, la rete infrastrutturale non verrà ceduta (ma la sua gestione sì), Fs e il Ministero dovranno mettere a punto la modalità esatta per “scorporare” il valore della rete dall'offerta pubblica. La distinzione tra proprietà e gestione va ancora, dunque, precisata, ma ricordo che sono parecchi i casi esteri in cui convive la proprietà pubblica dell'infrastruttura accanto alla gestione mista della rete medesima. Una cessione per trattativa è invece andata in scena a inizio dicembre, quando è stata venduta dal Ministero a Terna la rete elettrica delle Ferrovie, per un valore di circa 750 milioni di euro (prezzo stabilito dall'Autorità nazionale per l'energia). Parte del ricavato deve essere investito in opere di miglioramento dell'infrastruttura, come prevedeva la legge di stabilità 2015. Terna possiederà e gestirà, quindi, gli 8.400 km di reti ad alta tensione.
In tutto ciò, come scrivevo anche tempo fa, resta cruciale che la cessione del 40% di Fs serva a migliorare i servizi e a far sì che gli investimenti, anche sui segmenti attualmente meno forti e concorrenziali (trasporto locale, tratte Intercity, trasporto merci), vengano finanziati con più strumenti rispetto a quel che accade oggi. Come ha ripetuto diverse volte Padoan, l'obiettivo della privatizzazione è infatti triplice: ridurre il debito pubblico; valorizzare il gruppo Fs; diversificare le fonti per gli investimenti. La privatizzazione “solleva” infatti parzialmente lo Stato rispetto ai trasferimenti all'azienda, ma le permette di accedere a ulteriori risorse che altrimenti non potrebbe avere. Questo è l'auspicio, molto importante per un gruppo che ha prospettive e piani di lungo periodo per definizione, operando nel settore delle infrastrutture. Il mercato, insomma, può contribuire a far crescere anche le parti oggi più deboli: anche a tal fine, si è scelto di cedere il 40% dell'intera Holding e non di privatizzare, ad esempio, solo l'Alta velocità (un'ipotesi che era circolata) che è ormai servizio d'eccellenza, ma tutti i servizi di trasporto. Il rischio era quello di lasciare indietro segmenti con redditività più bassa il cui consolidamento fa è parte centrale dell'obiettivo strategico. Le privatizzazioni del Governo (è già partita sui mercati quella di Poste italiane e, mentre si parla di Fs, è già in previsione quella di Enav) tra il 2016 e il 2018 dovrebbero portare all'erario circa 9 miliardi di euro.

La Camera approva il Decreto Ilva: via libera alla vendita dei complessi aziendali del gruppo
La Camera ha approvato il Decreto che reca disposizioni urgenti per la cessione a terzi dei complessi aziendali del gruppo Ilva, posto in amministrazione straordinaria ai sensi della legge Marzano (39/2004). Le ragioni dell'urgenza del Decreto sono dovute anche alla tempistica per mettere in atto il Piano di tutela ambientale e sanitaria: viene infatti fissato al 31 dicembre 2016 il termine ultimo per i lavori. Il provvedimento, perciò, non dà solo il via libera alle operazioni di vendita degli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure e di altre sette società del gruppo funzionali alla produzione di acciaio, ma stanzia anche: 800 milioni di euro per le immediate opere di bonifica del polo siderurgico; 300 milioni in prestito all'amministrazione straordinaria affinché affronti le spese della fase finale di questa lunga transizione (e che dovranno poi essere restituiti con gli interessi da chi acquisirà la gestione dell'Ilva). Ricordo che il 10 febbraio scade infatti il bando, pubblicato il 5 gennaio scorso, che invita gli investitori italiani e stranieri a manifestare il proprio interesse per rilevare le aziende. Il Decreto fissa al 30 giugno il termine entro il quale le procedure di cessione delle società dovranno essere espletate. La norma passa al Senato per poter essere convertita entro i primi giorni del mese prossimo. La vicenda è, come noto, estremamente complessa e stratificata nel tempo. Ora l'obiettivo è arrivare, nei tempi previsti, a una nuova gestione che non comprometta i livelli occupazionali delle industrie e a garantire l'attuazione del Piano ambientale. Per chi fosse interessato, tutta la documentazione riguardante lo stabilimento Ilva di Taranto è consultabile sul sito del ministero dell'Ambiente.

La riforma degli appalti è legge: il Senato vota in via definitiva
Il 14 gennaio il Senato ha approvato in via definitiva la riforma degli appalti, una revisione molto importante che risponde ai bisogni di semplificazione, trasparenza, legalità in materia di contratti e lavori pubblici. La legge delega, approvata a novembre alla Camera (ne ho scritto lungamente nella newsletter del 27 ottobre, quando il testo era in discussione), introduce infatti concetti innovativi e più garanzie per assicurare tempi e regole certe nella realizzazione di opere che siano di qualità, ben progettate e frutto di un ampio consenso nei territori interessati. La nuova normativa supera il sistema centralizzante della legge obiettivo del 2001, introduce uno stretto rapporto con Anac (Autorità nazionale anticorruzione), rende residuale il criterio del massimo ribasso in favore di altri parametri qualitativamente più efficaci, contiene le varianti in corso d'opera (che spesso fanno lievitare i costi in itinere), limita notevolmente le deroghe sulla progettazione e prevede forme di partecipazione preventiva delle popolazioni impattate da grandi opere (evitando che eventuali resistenze ai progetti si manifestino solo nella fase di realizzazione). All'Anac viene affidato un ruolo fondamentale di controllo, per evitare i gravissimi episodi di corruzione e illegalità finora purtroppo molto frequenti in questo settore che muove ingenti somme di denaro (fino a 101 miliardi di euro l'anno). Grande attenzione viene infine riservata alla sostenibilità ambientale dell'opera, all'accesso agli appalti da parte delle Pmi e alla tutela dei contratti di lavoro nei cambi d'appalto. Si tratta dunque di una riforma molto importante, che restituirà credibilità al sistema dei lavori pubblici. Ora il Governo deve agire celermente nella presentazione dei decreti attuativi.

Responsabilità civile dei piloti dei porti: la proposta di legge in commissione Trasporti
In discussione nella competente commissione Trasporti la proposta di legge di iniziativa parlamentare che reca modifiche al codice della navigazione in materia di responsabilità civile dei piloti dei porti. In alcuni porti, infatti, per determinate tipologie di navi o in determinate condizioni, il comandante deve farsi assistere nelle manovre da personale specializzato, ossia da un pilota, che non può cessare dalla sua opera fino all'ormeggio della nave o fino all'uscita della nave dall'area nella quale il pilotaggio è obbligatorio. Il sistema di responsabilità civile, attualmente, prevede che il pilota risponda esclusivamente per danni cagionati alla nave a condizione che venga provato (con onere della prova a carico del danneggiato) che il danno dipenda da mancanze e inadempienze del pilota stesso. Accanto alla responsabilità singola è oggi prevista la responsabilità della “corporazione dei piloti” per i danni cagionati dagli individui “nei limiti della cauzione prestata”, ossia di una forma di garanzia predisposta a tal fine dalla corporazione. Le cauzioni però non sono quasi mai idonee a garantire l'adeguata copertura dei danni. La proposta di legge abroga così l'articolo 89 del codice della navigazione, che disciplina l'istituto della cauzione prestata dalla corporazione piloti, e modifica l'articolo 93 stabilendo che il pilota risponda dei danni cagionati alla nave, ma anche alle persone e alle cose fino a 1 milione di euro, laddove causa dei danni sia una sua inadempienza per la determinazione della rotta. Come prima, l'onere della prova rimane a carico del danneggiato. In secondo luogo, al posto della corresponsabilità della corporazione dei piloti, si chiede di rendere obbligatoria una copertura assicurativa in capo ai singoli piloti (modifica all'articolo 94) con un massimale pari al limite fissato per la responsabilità civile (1 milione di euro). In caso di mancanza o insufficienza di copertura assicurativa, può essere preclusa l'attività di pilotaggio.

Sicurezza marittima: aggiornamento del sistema europeo con il recepimento della direttiva Ue
Sempre in commissione Trasporti sono relatore dello schema di decreto legislativo in attuazione della direttiva Ue che modifica le norme sul sistema comunitario di monitoraggio del traffico navale e per lo scambio di dati marittimi. La finalità della direttiva che stiamo recependo, a cui diamo parere positivo, è quella di garantire maggiore sicurezza ed efficienza tramite lo scambio più innovativo delle informazioni per avere risposte migliori nelle situazioni potenzialmente pericolose. Il sistema europeo SafeSeaNet (Ssn) è stato avviato 10 anni fa dall'Agenzia europea per la sicurezza marittima: la struttura permette di condividere informazioni volte a promuovere l'efficienza del traffico e del trasporto marittimi, e ovviamente a garantire sicurezza nei mari. Il sistema è formato infatti da una rete di strutture nazionali e da una banca dati centrale di raccordo. Le modifiche introdotte dalla nuova direttiva e recepite nel decreto puntano a valorizzare l'esperienza acquisita fino a oggi e ad aggiornare Ssn grazie ai progressi tecnici ed informativi intervenuti in questi anni. La condivisione dei dati comprenderà anche l'interazione tra sistemi pubblici e privati. Le amministrazioni nazionali identificheranno a tal fine tutti gli utenti cui sono attribuiti un ruolo e una serie di diritti d'accesso.
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